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| COMUNICATO STAMPA: A distanza di due anni dalla prima personale Nacciarriti prosegue la sua ricerca artistica definitasi nell’accumulo di materiali in disuso (una eco di vestigia edili). L’appropriazione di oggetti di scarto dalla società sua consimile - sublimata in assemblaggi di forme e cose appartenuti a un “generico quotidiano”: finestre, vasche, cassetti, water, etc. - si tradurrà in moduli abitativi che lo spettatore potrà agire fisicamente. Richiamandosi a un’opera di Le Corbusier, « La maison de l’homme » presenterà una serie di lavori realizzati appositamente per l’Atelier 25 e tali da ridefinirne lo spazio espositivo secondo un ricco quanto pur articolato allestimento. Rispettando i canoni dell’ergonomica e dell’antropometria, le unità abitative di Nacciarriti stabiliranno infatti una relazione con i visitatori (suscitando alterne-antitetiche reazioni emotive come ad. es. agorafobia o claustrofobia) e mettendo in atto un cortocircuito tra i consolidati parametri dell’etica e dell’estetica (si consideri il degrado delle superfici, un contrappunto per il rigore e il decòr mentale di chiara matrice culturale). Tuttavia: le opere non saranno altro che un pretesto grazie al quale Nacciarriti svilupperà l’A PRIORI, l’ “io penso”; si tratterà cioè di vivere il progetto anziché l’architettura... In questo modo il lavoro di Nacciarriti catturerà lo spazio che, compresso e ridotto a scatole cinesi, sarà “in-abitabile” (?) |
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TESTO CRITICO: Mulla Nasruddin voleva costruirsi una casa e le sue incertezze spazientirono l’architetto che si lamentò : « Non potrebbe darmi un’idea precisa del tipo di casa che vorrebbe ? ». « A dire il vero, » rispose il Mulla esitante, « la sola cosa che mi è chiara è che dovrebbe andare d’accordo con questa maniglia antica che mia moglie ha comprato alcuni giorni fa, per la porta d’ingresso! » - [Osho Rajneesh, “Perchè dovrei affliggermi ora...”] Diverso è il caso di Andrea Nacciarriti. Nel progettare le proprie unité d’habitation l’artista spesso e volentieri trascura il punto d’accesso: la porta, mai presente (anche se delimitata dallo spazio vuoto che intercorre tra stipite e stipite). Non potendosi aprire né tanto meno chiudere, l’uscio lascia intendere d’essere agito, continuamente, legittimando lo spettatore a entrare senza remora alcuna nelle strutture. Quel pomo dell’uscio della mia camera, che differiva per me da ogni altro pomo del mondo per il fatto che pareva aprirsi da solo, senza che dovessi girarlo, tanto l’uso me ne era divenuto incosciente, ecco che ora serviva di corpo astrale a Golo. Come accade nella Recherche di Proust - quando l’autore proietta con la lanterna l’effige di Golo, una figura alterata anamorficamente e soggetta a una transvertebrazione del corpo che fagocita ogni oggetto della stanza “prendendolo come ossatura e rendendolo interiore a sé” - la maniglia scompare, diventa un ricordo marginale, subisce il risucchio verso il limbo della memoria, e con essa tutto il mobilio. Un’epurazione che motiva Nacciarriti a eludere qualsiasi tipo di arredo, a trasformare lo spazio in pura inanità. Perché la questione non è rendere abitabili le costruzioni bensì rendere abitabile il loro progetto! Dare cioè forma al disegno, inscriverlo nella terza dimensione, (de)razionalizzare le architetture facendo riferimento all’ordine anziché alla funzionalità. Ricondurre l’aspetto ideologico-formale delle opere a un principio intelliggibile (l’ human instruction) che sviluppi e/o ridimensioni gli elementi di sempre: volume, piano, spazio, luce, colore. All’interno dell’Atelier 25, Nacciarriti ha infatti creato tre exempla, tre diversi “moduli” il cui rigore geometrico porta in evidenza l’oggettivazione plastica mediante un vivace cromatismo che condivide l’edulcorato zigo(matis)mo pop. Nel primo caso un volume cubico, circoscritto da lastre di polystyrene color verde acqua marina, fluttua nell’ambiente reagendo agli spostamenti d’aria o alle collisioni accidentali; tali oscillazioni identificano il grado d’instabilità morfologica dell’unità abitativa, soggetta ogni volta di più al disfacimento. [Per absurdum: nonostante i pannelli siano degli isolanti termici per tetti, la costruzione è sguarnita del rivestimento superiore]. Arancio è invece il colore della seconda struttura, di tipo tubolare. Area e perimetro sono suggeriti da dei condotti di scolo, una sorta di esoscheletro, un’ossatura ridotta ai minimi termini che congiunge degli ipotetici punti cartesiani con delle rette, flessibili, leggere... Probabile risultanza di un elementare algoritmo. [Per absurdum: come un sistema vascolare che innerva la costruzione in tutta la sua ampiezza e ne racchiude l’essenza, la “linfa vitale” ritorna in circolazione senza essere mai drenata dai tubi - a tal scopo deputati]. L’ultimo è un diafano edificio, un “grattacielo” fasciato da tessuto “ombreggiante”. Si tratta in realtà di un ponteggio mascherato da una lunga stuoia antipolvere dai cui lati sporgono alcune - eburnee - assi volte a scandire l’altezza e la progressione dei piani. [Per absurdum: ideato per essere un vertiginoso dormitorio, l’esito formale si prospetta essere quello di un rudimentale, dissennato, letto a castello (?)]. Praticamente un itinerarium et locus mentis! Alberto Zanchetta |
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