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_UGO DOSSI Biography Works Editions Exhibitions

Come per il nuoto. Si mette la testa sott’acqua, e poi sopra per riprendere fiato, sotto e poi sopra e così facendo ci si butta in avanti, si fanno le vasche con una ciclicità continua. Si sprofonda e si riemerge. Ugo Dossi allo stesso modo. Simile a un’aspirina che cade in picchiata sul fondo acquoso del bicchiere friggendo la sua effervescenza canterina, l’arte sommozzatrice di Ugo Dossi si fa loquace bagnandosi con il liquido amniotico di un andirivieni tra conscio e inconscio. Dossi è contento tutte le volte che può autodefinirsi contrabbandiere di una comunicazione tra esterno e interno, tra sopra e sotto, dove contrabbando sta per - trasportare qualcosa oltre un confine che è lì apposta perché il carico non passi la frontiera. La barriera tra parte nota e ignota è un casello massiccio, si sa, ma come per i punti del cucito lui ci entra e ci esce in continuazione. Così nei suoi lavori, in un movimento circolare a elica doppiamente freudiano, spicchi del suo inconscio si risciacquano portandosi alla luce per poi rituffarsi nella zona sommersa di chi li guarda. Dossi trivella il tunnel dell’inconscio, è uno che buca i limiti, come un minatore scava trafori e aperture, è un architetto di passaggi, cunicoli, varchi, è un costruttore di ponti, un pontifex. Dossi è lo sdoganatore che veicola tir di immagini in cui ci sono gallerie che portano da dentro a fuori, luci guida che arrivano a fari spenti, e dove il viaggio è per cliché eco profonda di un’esistenza. Ma in lui il cliché deraglia, sbanda, sbuccia la strada, gratta gli asfalti, striscia guardrail e solleva polveroni, proprio perché si rifrange come oggetti luminosi che calano in acque vischiose e cupe. Una sorta di talpa lungimirante alla scoperta di luoghi underground che inaugura continui spostamenti. Questo è il motore della sua ricerca, dove il transito è una crisi, cioè un punto di svolta, un moto per luogo che marca un attraversamento mutante. Come il suo percorso personale, del resto, che da artista italiano ha scelto di spostarsi a Monaco di Baviera da Milano e questo nel 1975 quando la galleria di Arturo Schwarz in via del Gesù viene chiusa. Da Schwarz aveva esposto ancora l’anno prima mentre a fargli da apripista era stato il fiuto di Guido Lenoci che già nel ’70 lo aveva voluto allo Studio Apollinaire di via Brera. Poi, il fiato lungo di trent'anni di Germania, tra vari premi cittadini, esposizioni personali e collettive. E adesso il ritorno in Italia. Fatta eccezione per la Biennale di Venezia dell’86, sicuramente un flashback delle radici, iniziato proprio quest’anno a Napoli con la mostra “labirinti dell’immaginazione” battezzata a Castel Sant’Elmo da Beppe Morra. E se la biografia di Dossi è passaggio, nei suoi lavori è prima di tutto lui stesso il passaggio. Ne è l’intercapedine. In un certo senso, Dossi è la porta di Duchamp che apre e chiude nello stesso tempo, lo spioncino digestivo che mangia e risputa come un lama le immagini setacciate attraverso i succhi gastrici del suo sguardo e che si fa consistenza annullando la sua trasparenza. Sta nel mezzo come la pubblicità tra il primo e il secondo tempo dei film. Ci fa vedere un film esteriore che smuove e mette in circolo un film interiore che saetta contenuti che non si riescono a razionalizzare. Questo per una questione di tempo. Nelle sue installazioni o videoproiezioni, una mitragliata di immagini sfreccia sulla retina alla velocità supersonica di un millesimo di secondo sorpassando in questo modo il normale “transito” della pupilla e infilandosi nella corsia del subliminale. Dati-saponetta che sfuggono a spiegazioni e analisi e allora è l’inconscio a registrarli come segni esteriori invisibili e rielaborarli in immagini concrete interiori. Sono “Urbilder”, immagini primordiali, viste mille volte ma di cui non possediamo quel mazzo di chiavi che ci deluciderebbe sull’evidenza dei nessi. Sono “Scheinbilder”, perché l’immagine manca di sostanza, nel senso che sta altrove, cioè nella parte inconsapevole. Sintesi di stimolazione e provocazione del processo psichico che attiva cambiamenti di rotta in quello intellettivo di apprendimento e ricezione. Un imperativo etico il suo, dove spetta all’osservatore tracciare i collegamenti tra forme archetipe ed automatismi psichici, per arrivare a una nuova strategia di sensibilità spirituale. Non è un caso che da sempre Dossi abbia via via progettato un sequel di apparecchiature e accumulatori costruiti ad hoc per potenziare le capacità sensorie, spingendosi fino alla sperimentazione di “attrezzi della telepatia”. Sonde e reti, formule topiche, calcoli magici, simbologie criptiche, tutti strategicamente programmati nel far scattare una matrioska di suggestioni e associazioni a catena, brindando a modelli di percezione anarchico-spontanei. Si dice che le cose veloci non hanno ombra. Come i proiettili. Dossi, invece, trasforma le cose in ombre sensibili, tattili, visivo-acustiche, come a Kassel dopo Documenta 6 del ’76, per la 8 nel 1987 con i pittogrammi subliminali al loro debutto, a quelli più recenti e ormai navigati al Planetarium di Augusta nel ‘96 con l’installazione sonora “die Brücke”. “Un ponte” interattivo, dove il visitatore appoggia fronte e mani sulla superficie che a sua volta ricambia con rumori e acuti arrestando l’ugula solo quando la scossa fisica si interrompe. Sculture funzionali, quindi, gemelle eterozigote dei primi apparecchi mesmerici degli anni ottanta, ricalcati e ripotenziati appunto sul modello del “magnetismo animalesco” di Franz Anton Mesmer tanto da essere concepiti per sbloccare le persone in uno stato di trance. Condizione estrema, questa, facilitata dal ricorso al disegno automatico per cui Dossi, concretizzando in un certo senso la scrittura a getto dei surrealisti, ha brevettato un congegno a stilo che in qualità di sismografo dell’inconscio ne capta le oscillazioni e riverberandole in superficie le trasforma poi in onde sonore. In tutto questo Dossi è un ricercatore empirico di passaporti che trasbordano da un universo all’altro, è il visto per il buco nero psichico e fisico, esattamente come gli abissi, i vortici e i mulinelli d’acqua che rappresenta sotto forma di spirale rotante della galassia, formula algebrica o disegno computerizzato. Una specie di magia dove il coniglio che sbuca dal cilindro ricorda quello di Alice nel paese delle meraviglie. Avvitato a una matematica-febbre, Dossi ubriaca le polarità tra esterno e interno, tipo le porte di Magritte, dove le consuete coordinate si capottano e mettono i vestiti al contrario. Difficile incapsularlo nelle pillole classificatorie con cui di solito si stendono i diari dell’arte contemporanea. Il suo è un mondo alchemico che apre possibilità, non certezze. Non è solo un esploratore ossessivo ma un cervello che opera tra scienza e deragliamento parascientifico. Trovando piste e modi per allargare la forbice della conoscenza Dossi taglia il cuore di un vero rituale. Ugo Dossi vive e lavora a Monaco di Baviera Germania.

Gudrun De Chirico

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